Che alimentatore posso usare

Aggiornamento dicembre 2018: ho rivisto completamente l’articolo e l’ho reso un po’ più chiaro, per questo ve lo siete trovato di nuovo nei feed.

Aggiornamento di maggio 2016: informo tutti i lettori che questo è un articolo informativo su come funziona un alimentatore, dopo 150 commenti di richieste di consulenza ho deciso che non risponderò più alle richieste tecniche, se non alle condizioni indicate in calce all’articolo.

Sempre più spesso sento persone che si domandano se un certo alimentatore va bene con un qualunque dispositivo, in modo da farlo funzionare correttamente e non romperlo. Questo articolo è per chi non sa cosa scegliere e non sa cosa vogliano dire i dati di targa di un alimentatore.

Un alimentatore ha solitamente questi dati, che ne identificano le caratteristiche:

  • V Input (tensione in ingresso)
  • V output (tensione in uscita)
  • A output (corrente massima in uscita)
  • Watt (potenza massima erogabile)

Input (o ingresso)

E’ la tensione della linea elettrica al quale lo dovete attaccare. Indipendentemente dalla forma della presa a muro solitamente le tensioni sono due: 220V in corrente alternata in Europa e 110V in corrente alternata in America, informatevi bene però prima di partire, se dovete andare in Paesi “poco comuni”.

Se è scritto 110-220V 50-60Hz lo potete usare indicativamente in tutto il mondo, se è indicato solo 110V 60Hz o 220V 50Hz fate attenzione a dove lo attaccate, potreste fare danni, soprattutto se c’è scritto 110V 60Hz e lo attaccate in Europa, potrebbe fare un bel “BUM!”

Tensione in uscita

La tensione in uscita è solitamente espressa in Volt (simbolo V), questa deve corrispondere esattamente (sì, proprio uguale uguale) alla tensione che richiede il dispositivo. La cosa è semplice, se si applica una tensione superiore a quella richiesta dal dispositivo il risultato è un dispositivo guasto e una sgradevole puzza di bruciato nella stanza, se vi va male una bella esplosione. Se invece mettete un alimentatore con una tensione minore di quella richiesta il dispositivo non funzionerà o funzionerà male.

Corrente in uscita

Qui si sentono i maggiori strafalcioni. La corrente in uscita è espressa in Ampere (A) o milli Ampere (mA) dove 1A = 1000mA.

L’Ampere è la grandezza che misura l’intensità di una corrente. Possimao fare un esempio con le automobili. 220Km/h è la velocità massima dell’auto. L’auto può anche andare a molto meno, se no è necessario. Con la corrente è la stessa cosa, se sul dispositivo è indicato 10A, questa sarà la corrente massima che potrà assorbire, ma potrebbe anche assorbirne di meno, a seconda del suo funzionamento. Un motorino elettrico consumerà pochissimo se lo si fa girare a vuoto a bassa velocità e consumerà molto di più se si aumenta la velocità e/o si applica una forza che ne contrasta la rotazione.

Se il dispositivo indica un assorbimento massimo di 10 A andrà bene un alimentatore da 10 A o superiore, anche da 100A, semplicemente non li utilizzerete tutti. Se invece mettete un alimentatore che eroga meno corrente di quella richiesta dal dispositivo, questo, una volta raggiunta la corrente massima erogabile dall’alimentatore inizierà a non funzionare bene.

Potenza

Si esprime in Watt (W) ed è solitamente il prodotto tra tensione e corrente, quindi VxA. Se rispettate l’inderogabile regola che la tensione deve essere quella richiesta, vale lo stesso discorso della corrente. Se la potenza dell’alimentatore è maggiore di quella che richiede il dispositivo non ci sarà nessun problema. Se invece è minore, avrete il dispositivo che funzionerà male e l’alimentatore che si surriscalderà e rischierà di rompersi

Ultimo discorso, ma comunque di elevata importanza: la polarità.

Tutti i dispositivi solitamente sono alimentati in corrente continua, questo prevede che ci sia un cavo con la tensione e un cavo con la “massa” o “terra”, indicati solitamente rispettivamente con i simboli “+” e “-“. La polarità va rispettata, sempre. Se si inverte il dispositivo non funzionerà e/o si romperà.

Riassunto

 DispositivoAlimentatore
V (tensione)X (es 12V)X (12V obbligatorio)
A (corrente)X (es 2A)X (2A max)
maggiore di X (5A max)
W (potenza)X (es 40W)X (40W)
maggior di X (50W)

Spero di aver dipanato i vostri dubbi e ricordate che mai potrò essere responsabile di dispositivi bruciati a causa di uso incorretto di alimentatori prima, dopo o durante la lettura di questo articolo.

Vuoi una consulenza dedicata per la scelta di un alimentatore? Non c’è problema, però è un servizio a pagamento, puoi andare alla pagina dedicata all’acquisto e comprare una o più ore in assistenza remota per ottenere tutto l’aiuto che ti serve

Misurare la corrente che si consuma, con ESP8266

Questo post è un’evoluzione di quello fatto qualche anno fa, con lo stesso scopo, ma utilizzando una (non proprio economica) scheda Arduino Yun. All’epoca non conoscevo le ESP e avevo la scheda inutilizzata a casa, con l’esperienza e il senno del poi ho abbassato il prezzo del progetto di oltre metà.

Nota importante e fondamentale: con questo progetto si lavora vicino alla corrente elettrica 220V, toccare la 220V è pericoloso, ci si può far male o si può morire. Se non sai quel che fai chiedi aiuto. Non sono responsabile per qualsiasi danno a persone, cose, animali o qualunque altra cosa.

Il progetto è rilasciato con licenza GPL V.3 (Open Source), quindi puoi prenderlo, fartelo a casa, modificarlo e pubblicarlo a nome tuo. Se lo condividi modificato devi citare questo sito (www.ladomoticafaidame.it) come fonte principale.
Se sei bloccato, non riesci a fare qualcosa, non funziona o vuoi apportare delle modifiche, puoi richiedere il mio supporto, acquistando le ore di consulenza (via Skype o Hangout) direttamente da qui.

Questo progetto si inserisce all’interno del lavoro La Domotica fai-da-me, migliora il progetto precedente fatto con Arduino o si aggiunge per rendere il controllo dei consumi più preciso mettendone uno su ogni elettrodomestico.

Prima di tutto, la lista della spesa, che senza materiale non si va da nessuna parte.

Poi ci va la lista dell’attrezzatura necessaria

  • Un PC su cui installare e usare il software (qualsiasi sistema operativo)
  • Un cavetto micro USB di quelli per il cellulare
  • Un saldatore e lo stagno
  • Un paio di forbici
  • Un cacciavite a taglio e uno a stella
  • Un multimetro digitale
  • Un phon (per i test)

Il progetto si basa sulle funzionalità che servono in casa a me, c’è ovviamente la possibilità di adattarlo alle proprie esigenze, lavorando senza WiFi, senza display o aggiungendo un buzzer che suona in caso di consumo anomalo (vedi al fondo).

Il sistema memorizza i dati in una centralina, presente sempre in casa e basata su Linux, con il protocollo MQTT. Sicuramente ci sarà un post specifico per la centralina.

Assemblare i componenti

Una volta ricevuti i componenti è necessario fare qualche saldatura prima di poter usare il tutto. Se hai qualche dubbio sulla saldatura compra una shield millefori e dei piedini in più, saldali tutti facendo in modo di non creare dei cortocircuiti.

Iniziamo dal display, che dovrà essere saldato ai piedini da collegare al microcontrollore. Visto che è il pezzo che dovrà essere a vista, è quello da montare sopra tutto, quindi si devono usare i piedini che hanno il solo connettore maschio. La saldatura va fatta sulla parte corta, che va saldata dal lato del display lasciando i piedini lunghi sotto.

Il secondo livello sarà il microcontrollore, la scheda WeMos D1 Mini, dovranno essere saldati i piedini che hanno la femmina da una parte (da mettere in alto) e i maschi dall’altra, in basso. In modo che sopra la D1 Mini si possa mettere il display OLED saldato prima.

Prima di saldare i PIN della millefori, sulla quale si dovrà collegare la pinza amperometrica, è bene mettere i componenti e fare le giuste connessioni.

Da questo schema “Arduino A2” diventa “WeMos A0” e “Arduino 5V” diventa “WeMos 3,3V”

Saldati i componenti si possono saldare i PIN, questa volta solo il connettore femmina, in modo che la scheda millefori sia sotto alla D1 Mini

La logica di funzionamento del sistema è abbastanza semplice: la pinza amperometrica, che va installata “intorno” al filo della fase o del neutro (solo uno, non entrambi, e non sulla terra giallo/verde) capta la variazione del campo magnetico intorno al filo in base a quanta corrente passa.
La lettura del campo magnetico viene convertita in una tensione elettrica, nel caso di questa pinza, tra 0 e 1V per correnti tra 0 e 30A.
In un appartamento il contratto della corrente standard prevede un massimo di 16A (3,5KW), ovviamente se hai una potenza maggiore potresti non farcela con i 30A (che sono 6,6KW) e serve quindi cambiare la pinza e qualche altro dettaglio.

Adesso è il caso di pensare al software

L’hardware è pronto, adesso è necessario passare al software. La scheda D1 Mini si programma con l’Arduino IDE, che si può scaricare e installare gratuitamente per qualsiasi piattaforma. Per poterla usare correttamente è necessario seguire la guida sul sito di WeMos.

Il codice (chiamato comunemente sketch) da caricare sulla scheda WeMos si trova su GitHub, alla pagina del progetto.

Come si prosegue?

Il test operativo è abbastanza semplice. Ma c’è bisogno di qualcuno che sappia fare un po’ di lavori da elettricista. Non smetterò mai di dire che la 220V, se usata male, è mortale, quindi attenzione. Se non sai come fare, fatti aiutare, ad esempio dal negoziante dove vai a comprare i fili e le prese/spine volanti (nei negozi piccoli, non nei centri commerciali)

Adesso è necessario creare una mini prolunga elettrica da 20cm circa. Con il cacciavite apri la presa e la spina. Collega i tre fili elettrici, facendo bene attenzione che il filo giallo/verde parta e arrivi dal centro delle due, gli altri fili saranno collegati ad uno dei due lati, non fa differenza.
Con il tester verifica che non ci siano corto circuiti tra i 3 fili.

Fai passare uno dei due fili colorati (non il giallo/verde) dentro la pinza amperometrica che è collegata alla scheda. Collega la spina ad una presa a muro. Collega alla presa il phon
Accendi il circuito e leggerai sul display una piccola corrente, che tenderà ad essere zero. Adesso accendi il Phon a velocità minima. Guarda quanto sta consumando. Adesso passalo alla velocità massima. Tipicamente sarà intorno ai 2000W. Se spegni la parte che scalda l’aria e la fa solo girare vedrai la potenza crollare. Bene, funziona.

Stacca tutto e vai al quadro elettrico principale dell’appartamento.

Vale sempre la regola: la 220V è mortale, se non lo sai fare chiedi aiuto.

E’ necessario installare la pinza intorno alla fase o al neutro subito a monte o a valle dell’interruttore generale di casa. Ovviamente è necessario alimentare la scheda con un alimentatore a 5V. Le batterie non durerebbero abbastanza. Se l’elettricista ti fornisce due fili a 5V dentro il quadro basta saldarli alla D1 mini ai pin GND e 5V (questo limita di molto l’occupazione di spazio all’interno del quadro, visto che solitamente sono spazi ristrewtti, non può che fare bene.).

E la scatola?

Purtroppo mi manca, cerca qualcosa che sia adattabile e sia gradevole alla vista. Se sei bravo e attrezzato potresti fartela stampare in 3D.

Alcune note finali

  • Che la 220V sia molto pericolosa l’ho già detto? Non lo dico mai abbastanza.
  • La lettura della potenza impegnata non è precisa, in quanto la vera potenza la si calcola sapendo corrente e tensione, nel nostro caso sappiamo solo la corrente, ma non la tensione, che potrebbe oscillare tra 210 e 240V, quindi nella lettura c’è un minimo errore.
  • Il contatore non scatta istantaneamente al superamento dei 3500W, c’è quindi un po’ di tempo per intervenire prima di rimanere al buio. Se si assorbe invece un picco molto più alto, il contatore salta in pochi secondi.
  • Alcuni componenti sono da acquistare in Cina, è bene sapere che i tempi di consegna sono tra 30 e 60 giorni e che gli ordini da più di 20€ (circa) comprese le spese di spedizione sono tassati dalla dogana.
  • Con il passare del tempo i componenti potrebbero cambiare, smettere di essere prodotti o sostituiti da altri (Le D1 Mini in 3 anni sono cambiate 4 volte).

Adesso parliamo del software. Lo sketch proposto si integra con un server MQTT che registra le letture e le archivia da qualche parte per farci poi delle statistiche. Se il sistema è stand-alone si può aggiungere un LED che si accenda al superamento di una certa soglia o un buzzer che suoni al superamento della fatidica soglia.

Per fare queste attività è sufficiente collegare il dispositivo (LED o buzzer) a uno dei PIN Dx della WeMos (cercate sempre i datasheet per capire come si collegano) e mettere nel codice una IF che se l’assorbimento è troppo, eccita il pin che alimenta il dispositivo

// mettere in cima la dichiarazione che il PIN in uso è il 16 (quindi D0)
pinMode(16, OUTPUT);

// una volta tolte le parti di connessione a MQTT e invio a MQTT si può
// usare la variabile "wattTrasmettere" per capire se c'è l'allarme
// da attivare
if (wattTrasmettere > 3200) //si attiva se al potenza è > di 3200 Watt
{
// attiva il pin (mette 3,3V)
digitalWrite(16, HIGH);
}
else
{
// disattiva il pin (mette 0V)
digitalWrite(16, LOW);
}

Regalare un computer portatile

Molti, in questo periodo soprattutto, mi chiedono “voglio regalare un computer portatile a [persona/parente/amico], ma non so cosa prendergli, cosa mi consigli?”

Partiamo dal fatto che è come chiedere “devo regalare una cosa che trovo in un supermercato a una persona che non conosci, cosa le potrei regalare?” Insomma, senza elementi non è facile dare il consiglio giusto (ho difficoltà a scegliere i regali per le persone che conosco, figuriamoci per quelle che non conosco).

La mia risposta è semplice e lapidaria, dopo aver posto alcune domande fondamentali:

  • Usa programmi 3D specifici (CAD, rendering, …)? No. (perché se avesse queste necessità se lo sarebbe già comprato per i fatti suoi secondo le sue esigenze)
  • L’attività principale saranno i videogames? No. (idem come sopra. Chi gioca sa esattamente marca, modello e optional del PC che gli servirà)
  • Deve fare altre attività con software molto particolare tipo Mathlab, Photoshop, …? No. (idem come le altre due)

Quindi, avendo avuto il “no” a queste domande, dico sempre e solo una cosa: “vai al supermercato/negozio di elettronica di consumo, fissati un budget massimo e scegli, tra i PC che sono lì, quello che ti piace di più e che rientra nel tuo budget

Nota aggiuntiva: Se si vogliono velocità elevate si può puntare a un PC con SSD e se si guardano spesso film (o si ha la vista ancora buona), è necessaria almeno una risoluzione FullDH

Per un utilizzo normale che comprende navigazione Internet, posta elettronica, archivio fotografie, ascoltare musica e vedere i film in streaming, un qualunque PC attualmente sul mercato va più che bene. Davvero, proprio tutti!

Alcune caratteristiche devono essere tenute in considerazione, ma sono visibili e molto semplici da capire:

  • Il peso. Solitamente più è leggero, più è caro, ma è comodo se lo si deve portare molto in giro
  • La dimensione dello schermo. Grande è comodo, ma lo rende meno portatile. Piccolo potrebbe essere scomodo per fare alcune attività, ma rende anche il PC più piccolo e maneggevole
  • La durata della batteria. Ovviamente più è lunga, meglio è, ma si deve trovare il giusto compromesso, se dura tanto è perché il PC è progettato meglio (= costa di più) o ha la batteria più grande (= pesa di più)

A questo punto non mi resta che augurarvi buoni acquisti. Nessun link sponsorizzato di Amazon è stato usato né maltrattato in questo post (nessun link perché le linee dei portatili cambiano così in fretta che un link messo alla pubblicazione non sarà più buono già dopo una settimana)

Raspberry, Arduino o ESP?

Durante la Maker Faire di Roma, mentre raccontavo come funziona il mio progetto La Domotica fai-da-me mi sono  trovato spesso a rispondere alla domanda “ma perché non usi Arduino al posto del Raspberry?”. Semplicemente perché sono due cose completamente diverse.

Vediamo se riesco a farlo capire anche a quelli che “Arduino cosa?”.

In questo articolo affronterò anche le differenze tra Arduino ed ESP, altra spiegazione data circa 1000 volte agli avventori della fiera. Tutti affamati di sapere, dovete sempre chiedere e fate sempre bene.

Da sinistra a destra: Raspberry Pi Zero, Raspberry Pi Mod 3B, Arduino Duemilanove (uno dei primi messi in commercio), WeMos D1 Mini con ESP8266 (è la scheda scura più piccola che si vede sulla scheda blu) e una scheda Arduino di nuova concezione, della serie MKR.

Il Raspberry Pi non è altro che un piccolo computer. Fa (quasi) le stesse cose che può fare un PC comune con Linux installato. E’ una scheda che contiene una CPU, della memoria RAM, una scheda video, una scheda audio, alcune porte USB, un’interfaccia di rete e uno slot per metterci la memoria da usare come disco per il sistema operativo. La nuova serie 3B può montare una versione specifica di Windows.

E allora, perché non usi un PC normale e parli di Raspberry Pi?

Questa è un’ottima domanda. Vediamo tutti i perché

  • E’ tutto in unico pezzo (alimentatore a parte).
  • Costa poco (da 10 a 30€ a seconda della versione).
  • Consuma poco (nell’ordine dei 10W o anche meno).
  • Ha la possibilità di interagire un po’ con il mondo reale usando i PIN di GPIO. Ci si possono collegare sensori o dispositivi seriali, cose che solitamente con un PC non si possono fare.

Ok, il Raspberry Pi è un piccolo PC, quindi perché al posto suo non usi Arduino che è comunque piccolo?

Perché sono due schede profondamente diverse. Se sul Raspberry Pi posso avviare un sistema operativo, utilizzare programmi, avere un DB e mille altre cose, con Arduino tutto questo non è possibile. Arduino è un semplice microcontrollore.

Arduino ha un suo firmware, è programmabile e una volta programmato eseguirà le operazioni che gli sono state impartite per sempre, a meno che non venga riprogrammato. La programmazione di Arduino avviene con un suo sistema di sviluppo (si chiama IDE) e il codice che si scrive è in un linguaggio molto simile al C.

Arduino accede al mondo fisico (sensori) in maniera molto più diretta, senza dover passare per svariati strati software o la schedulazione della CPU, che potrebbe rallentare di molto le letture o le scritture.

Visto che le cose sono già complicate così, sul mercato c’è un’altra scheda, un piccolo microcontrollore, che fa grossa guerra ad Arduino: la famigerata scheda ESP8266.

In fiera, per capire il livello delle persone con cui parlavo, chiedevo “Conosci il Raspberry? Conosci Arduino? Conosci la ESP8266?” Normalmente l’ultima non la conosceva nessuno. Quando andavano via capivo di aver tolto un cliente ad Arduino (scusami Banzi)

La scheda ESP8266 ha alcuni punti interessanti rispetto ad Arduino, per il quale è diretta concorrente:

  • Costa molto meno (3€ contro i 25€ per la più piccola Arduino)
  • E’ più piccola (davvero molto piccola)
  • Ha meno ingressi/uscite digitali
  • Non ha uscite analogiche
  • Ha un solo ingresso analogico
  • Ha il WiFi integrato
  • Si programma con lo stesso linguaggio e usando lo stesso software di Arduino

La scheda base è davvero semplice e limitata, ad esempio non si può programmare con la USB, ma ci va un adattatore USB-seriale. Per ovviare a questo ci sono molti produttori che le hanno montate su schedine un po’ più grandi per poterle usare più facilmente. Io uso da un po’ di tempo le schede WeMos che hanno anche una struttura a shield (letteralmente scudo), praticamente delle schede già assemblate che permettono di impilare alcuni accessori, come sensori e display, sul microcontrollore, evitando fili vari sparsi in giro.

Ma, dopo tutta questa manfrina, io cosa devo usare per i miei progetti?

Non lo posso sapere, ma quel che ti consiglio è questo:

Se devi interagire solo con sensori e attuatori scegli i microcontrollori. Inizia comprando il kit base di Arduino (visto, Banzi, che te li mando lo stesso?) e fai tutti i progetti. A questo punto sei pronto per passare alle ESP.

Se invece il tuo sistema è più complesso, con sensori distribuiti, gestione di un DB, accessi web e quant’altro, prendi in considerazione il Raspberry Pi, se il tuo progetto richiede molto utilizzo della CPU devi ripiegare su qualche scheda “fruttata” più potente (Banana Pi, Orange Pi, Odroid, Udoo …) o direttamente un mini PC. Se hai bisogno di qualche sensore o qualche accessorio particolare il mini PC potrebbe però non essere la scelta giusta.

Dai, voglio iniziare, dove spendo i miei soldi?

Per tutto quello che riguarda Raspberry io uso i siti ufficiali PiMoroni e The Pi Hut
Arduino lo puoi comprare sullo store ufficiale o su Amazon (<– link sponsorizzato)
ESP di solito si acquista direttamente in Cina, se ti perdi tra Aliexpress o Banggod, puoi aprire il sito ufficiale di WeMos (ora Lolin) e poi andare sul loro shop. Se compri in Cina adeguati ai tempi di consegna e attento che sopra circa 20€ (spese di spedizione comprese) compaiono le spese doganali.

Maker Faire Roma 2018 – il giorno dopo

Devo ancora finire di smaltire la stanchezza e i Km, ma alla fine sono molto soddisfatto di come sia andata la fiera. Sicuramente nei prossimi giorni potrò essere un po’ più preciso e prolisso, ma a conti fatti è stata una gran bella esperienza.

Ho incontrato centinaia di persone, ho raccontato centinaia di volte come funziona il mio progetto, da dove è partito, come mai non lo vendo.

In molti mi hanno dato nuove idee o spunti, altri erano interessati a collaborazioni professionali, ho ricevuto moltissimi complimenti sull’idea e sulle modalità di implementazione.

Ho finito 400 bigliettini da visita (no, 397, che 3 me li sono tenuti) e circa 500 depliant, al punto che a fine mattinata di domenica ho dovuto dire di fare la foto all’ultimo depliant rimasto sul tavolo per prendere le informazioni. Ho finito la voce, ovviamente.

Molti amici di Twitter e ascoltatori dei podcast sono passati a fare un saluto, ne sono rimasto davvero felice.

Ho qualche decina di follower in più su Twitter e un sacco di reazioni, like e commenti, non sono mica abituato a tutta questo movimento.

Grazie a tutti, davvero!

Adesso del progetto La Domotica fai-da-me cosa ne faccio? Vado avanti, lo miglioro e o rendo più fruibile. Nei 700 Km in auto da Roma a Torino ho già progettato tutte le migliorie che potrei fare (durante le notti insonni, ovviamente, come ogni Maker/Nerd che si rispetti.

All’interno del sito manca un po’ di documentazione (sigh!) per poter fare il progetto completamente in autonomia, nei prossimi giorni aggiorno e pubblico tutte le modifiche e le novità.

E’ giunto il momento della Maker Faire

Ci siamo, oggi vado a montare lo stand del mio progetto La domotica fai-da-me alla fiera di Roma.

Se volete avere aggiornamenti in tempo (quasi) reale potete seguirmi su Twitter o su Facebook.

Se invece volete passare a trovarmi sarò al padiglione 8, stand B7 (non ho la cartina dettagliata della disposizione dei padiglioni, così potete farvi un giro per cercarmi) da venerdì alle 14 a domenica alle 19.

Vi aspetto!

Roma Maker Faire 2018

Spoiler per chi non ha voglia di leggere tutto lo sproloquio: espongo il mio progetto La Domotica fai-da-me alla Maker Faire di Roma dal 12 al 14 Ottobre 2018!

L’esperienza della Torino Mini Maker Faire 2018 mi ha in qualche modo esaltato, è passata un sacco di gente, in molti hanno chiesto e si sono mostrati interessati. Ho persino trovato nuovi contatti professionali. Insomma, un sacco di energia spesa (dopo i 2 giorni ero completamente morto) con un ritorno assolutamente inaspettato.

Due giorni dopo mi sono accorto che c’era la call per i maker per partecipare alla Roma Maker Faire.

Nel nome manca il “mini”, questo perché è organizzata direttamente dall’ente Maker Faire ed è una fiera europea.

Ho presentato la candidatura e, inspiegabilmente (no, non avevo pensato che potesse succedere), mi hanno accettato.

Quindi ho rispolverato la casetta presentata a Torino, l’ho portata ad arredare, così che adesso è molto più gradevole alla vista, e ho ripreso tutto il progetto.

Tutto questo per dire che da venerdì 12/10/2018 (al pomeriggio) fino a domenica 14/10/2018 sarò presso la Fiera di Roma con il mio progetto in uno stand tutto mio.

Quindi, se volete, vi aspetto numerosi!

Visto che bello il nuovo logo che mi ha fatto Alex?

Con l’occasione ho rivisto la pagina relativa al progetto, con più dettagli e spiegata in modo più chiaro. La trovate anche direttamente al dominio www.ladomoticafaidame.it.

A breve pubblicherò anche la revisione dei post con l’aggiornamento dei componenti e del codice (se siete abbonati al feed avrete le notifiche come di consueto).

Sto lavorando a degli e-book che permettono anche a chi non è esperto, di creare il sistema a casa propria. Riceverete news anche su questo. 

La smetto e vado a prepararmi, che qui c’è un’ansia che non si spiega.

Il software originale

Mi è arrivata una richiesta del tipo “non riesco ad attivare Windows 10 e Office 2013, ho provato con [nome di generatore di product key], ma non funziona, so che sei bravo con i computer, mi aiuti?”

Per chi non ha voglia di leggere, la risposta è semplice: NO.

Per chi vuole continuare, argomento la risposta.

NO, perché è illegale e non è etico, l’ho imparato da qualche tempo, se mi serve un software davvero, allora lo compro e pago chi lo ha sviluppato che, come me, sicuramente avrà delle bollette e un affitto da pagare. Se reputo il costo troppo alto, non lo compro.

NO, perché non è sicuro. Avere un sistema operativo pirata vuol dire che non si possono fare gli aggiornamenti. non avere gli aggiornamenti espone allo stesso pericolo di viaggiare in un quartiere malfamato con un Rolex da 10.000€ al polso indossando una maglietta con scritto “l’orologio che ho al polso vale diecimila Euro”. Quanto vale il rischio di perdere i propri dati o avere le password rubate e accessi fraudolenti ai servizi che usiamo?

NO, perché comprare Windows 10 e Microsoft Office non è un prezzo assurdo, ci vanno 145€ per Windows e 69€/anno o 149€ in acquisto singolo per Office. Le licenze che si trovano su Amazon a 10€ è ovvio che non sono affatto legali (anche se poi funzionano)

NO, perché se non ti puoi permettere di spendere 300€ per il tuo computer, puoi sempre utilizzare un sistema operativo gratuito come Linux o una suite da ufficio come LibreOffice

NO, perché non ho la più pallida idea di come si faccia (ho altre attività più interessanti da fare nella vita).

Linux. Certe volte no.

Dopo la Maker Faire ho pensato bene di cambiare la distribuzione sul portatile DELL piccolino perché la Lubuntu ha una pessima gestione del monitor esterno e avevo la necessità di gestire in modo furbo una presentazione.

Sono partito con tutte le migliori intenzioni e con molta calma, più o meno come faccio quando ho da configurare un nuovo server.

Ho scaricato Ubuntu Budgie, ho fatto la chiavetta, ho seguito tutta la procedura, cancellando completamente il sistema operativo precedente  e al riavvio il PC mi ha detto “no boot device”.

Sono andato a controllare che le configurazioni di UEFI fossero a posto e per scrupolo, le ho provate tutte:

  • UEFI attivo, Secure Boot attivo
  • UEFI attivo, Secure Boot non attivo
  • Legacy

Non è cambiato nulla.

Bene, allora provo un’altra versione di Ubuntu, scarico la ufficiale con Gnome, metto la chiavetta e non si avvia. Avevo lasciato il boot con il Secure Boot attivo. Ok, lo cambio.

Parte, cancello di nuovo tutto il disco, installo, finisco, riavvio.

No boot device.

Apro la lista dei santi e la tengo a portata di mano.

Dai, avrò sbagliato qualcosa, faccio partire la live e da lì installo, sempre cancellando il disco.

No boot device.

Apro Google, trovo una procedura per ripristinare il settore di boot da una Live, faccio tutta la procedura, il messaggio è positivo, riavvio.

No boot device.

Prendo la lista, parto da Abaco Martire e arrivo a Bacco Martire.

Sclero un po’ su Twitter, alcuni amici mi rispondono consigliando di provare altre distribuzioni. Dai proviamo Arch Linux.

Scarico la ISO, la metto sulla pennetta USB, avvio e scopro che l’installer di Arch è solo da riga di comando. Per me è troppo.

Baino di Thérouanne – Burcardo di Würzburg

In ogni caso a me piace più la Debian, proviamo con quella originale, non la Ubuntu che è sua derivata. Scarico la net-install che è più piccolina e scopro che no, la mia scheda di rete non ha drivers “free”, quindi devo caricare un pacchetto a parte oppure la ISO che comprende anche i drivers non-free. Scarico la ISO totale globale con i drivers non-free. Niente, la scheda di rete non viene installata, mancano i drivers.

Cadfan – Dafrosa di Roma

Dai, provo Fedora. Scarico la ISO, installo, faccio tutta la procedura e magicamente parte, ho un PC con Linux funzionante!

Inizio a installare le cose che normalmente uso (poche, davvero) e mi accorgo che proprio Fedora non è una distribuzione che mi piace, scomoda e per ogni cosa devo andare a cercare procedure strane. E’ figlia di RedHat, che odio, meglio lasciar perdere.

No, voglio avere Debian.

Scarico di nuovo la ISO (man mano che fallivano cancellavo le ISO scaricate) e la metto sulla pennetta USB, avvio l’installazione e ignoro l’errore della scheda di rete, farò dopo. Il setup termina, riavvio.

Pausa, per tenere alta l’ansia di te che leggi.

Il sistema parte.

Parte Debian!

Incredibbol!

Ok, allora adesso è necessario installare i maledetti drivers.

Il sistema vede la scheda WiFi, vado a cercare il pacchetto dei drivers, trovo la pagina e ci metto circa 20 minuti a capire dove sta il link per scaricare il pacchetto, che trasferisco con una USB da un PC al portatile. Lo installo (vi evito il fatto che ne ho trovate 3 versioni prima, da compilare manualmente, che mi hanno fatto andare avanti allegramente nella lista dei santi), riavvio e finalmente la scheda di rete funziona!

Finalmente un sistema dove ho un po’ di manualità, configuro le solite cazzatine, installo Chrome così ho la mia G Suite appresso e poi cerco di installare Telegram.

Scarica, scompatta, copialo in un’altra cartella usando la shell con i diritti di root, fai un link simbolico, aggiungi manualmente al menu il pulsante per avviarlo. Il tutto perché le cose facili mai.

Dai, adesso mettiamo OpenVPN. Solita lista alla mano inizio.

Installarla in modo semplice no perché chiede due dipendenze che non funzionano e non si installano.

Allora scarico i sorgenti per compilarlo. Certo, manca il compilatore, che nella modalità normale non si installa, ma devi andare a capire quale installare e come.

Sono arrivato all’ultimo, Zotico di Nicomedia, ho chiuso tutto e ho messo via.

Passata qualche ora ho ripreso il PC in mano e ho aperto di nuovo la lista dei santi dalla A, pronta per essere usata.

Apro Chrome e mi dice che non c’è. Perché? Perché nel sistemare le dipendenze che mancavano, il sistema ha pensato di rimuovere Chrome invece di installare le suddette dipendenze. Scopro dopo che nei percorsi dove il sistema cerca le dipendenze, c’era un solo repository, invece di 6.

Abaco martire – Appio lo Stilita

Aggiungo a mano i repository, installo le dipendenze, ma una di queste si porta dietro altre 3 dipendenze.

Allio di Bobbio – Andrea il Calibita

Le installo tutte a mano, l’errore non compare più.

Installo OpenVPN e, magicamente, (‘sti cavoli, magciamente) si installa.

Voglio creare la connessione verso la rete aziendale, ma la gui non mi fa importare un banale file OpenVPN, devo quindi avviarla da console (da root)

Non sono un super esperto di Linux, lo ammetto, ma dover spendere una giornata e mezza per poter installare un sistema operativo consumando energie e pazienza, nel 2018, non è accettabile.

Ho questo PC Linux perché mi serve proprio questo sistema operativo, ma se non ne avessi avuto bisogno, mi sarei scaricato la ISO di Windows 10 e avrei risparmiato tempo, energie e stress. Abbondantemente.

No, Linux non è pronto per andare in mano a tutti gli utenti. O almeno io non sono più pronto per tollerare un sistema che per essere installato necessita di 10h

Giusto per concludere, il secondo monitor lo gestisce in modo decente (Windows e Mac lo fanno molto meglio, in ogni caso)

 

 

Partecipare ad una fiera

Scrivo questo post a caldo, ancora stanco dei due giorni di fiera, dove in circa 20h ho percorso 20Km stando dietro al mio tavolo 160×80 (questo è quello che mi hanno detto l’orologio e i muscoli delle gambe).

L’esperienza della fiera è stressante. Prima perché hai paura che non funzioni un tubo di quello che hai preparato (Murphy è sempre lì che aleggia), poi perché devi essere all’altezza di quello che presenti, devi essere sicuro di te e lo devi spiegare (circa 3740378404783 volte) a chi vuole saperne di più.

D’altro canto la soddisfazione a fine evento è stata esaltante, un sacco di gente si è fermata, ha chiesto, incuriosita, ha voluto vedere il sistema all’opera e mi ha chiesto se lo vendevo (no, non è pronto per essere venduto).

Sono passati un sacco di amici a salutare, anche lontani. Grazie di cuore a tutti.

Si sono fermati molti bambini, in questo caso ho capito che devo studiarmi un modo di descrivere il progetto a loro misura, anche se in effetti non è un giocattolo.

Mi ha stupito molto, ma si sono fermate molte ragazze a chiedere informazioni, addirittura in una coppia, lui stava tirando dritto e lei lo ha fermato per chiedermi come funzionasse.

Il sistema ha sempre funzionato, anche se la pessima connettività (sovraffollamento di reti WiFi e della cella 3G piena all’inverosimile) ha giocato contro.

Molta gente è passata, ha preso le caramelle e non mi ha neanche guardato in faccia (vabbé, pazienza).

Ho ripetuto la descrizione del progetto moltissime volte, al punto tale che adesso modifico la pagina relativa al progetto scrivendo quel che dicevo in fiera.

Le slide che proiettavo sul monitor attiravano lo sguardo, ma poca gente le ha guardate tutte, le devo ripensare un attimo.

Devo modificare la casetta, perché alcune funzionalità erano davvero poco visibili, tra le quali una delle più importanti: il controllo dei consumi elettrici. Devo aggiungere un controllo extra, magari una pompa per l’irrigazione, dovrei modificare il bot in modo che risponda alle chiamate telegram degli avventori. In ogni caso usare la casa delle bambole di Ikea (idea di Valentina) è stato geniale per attirare le persone.

Ho anche trovato, forse, un po’ di possibilità di business e un modello che potrebbe funzionare per far fruttare qualche soldo da questo sistema (che non è minimamente pronto per essere venduto a chiunque, è facile da usare, ma decisamente complesso da installare).

Nei prossimi giorni aggiornerò tutti gli articoli relativi al progetto, perché per fare la casa da esporre ho modificato e migliorato alcune parti. Abbiate pazienza che arriva il tutto.

Visto come è andato il tutto, sto per fare l’application alla Maker Faire di Roma (fate il tifo per me!)

Torino Mini Maker Faire 2018

La Maker Faire è un evento organizzato in diverse parti del mondo dove maker (e tutto il mondo nerd che ci gira intorno) portano le loro realizzazioni per mostrarle o venderle al numeroso pubblico che viene attirato dall’evento.

Sono andato a vedere la fiera per molti anni, in quanto a Torino, da qualche anno, viene organizzata la Mini Maker Faire (mini perché è un evento della community). Qui ho sempre trovato spunti davvero interessanti e idee a tratti geniali.

Quest’anno ho fatto il grande passo e ho proposto il mio progetto di casa controllata dalla centralina che ho sviluppato io. Mi hanno accettato, quindi sarò presente come espositore 🙂

Se vi interessa vedere il sistema de “la domotica fai-da-me” funzionante (con un sacco di nuove funzionalità che ho sviluppato a discapito delle ore di sonno, in questi giorni) passate a trovarmi. Ne sarei davvero felice!

Dove?

Torino, Via Egeo 18, presso i locali del FabLab di Torino e Toolbox

Quando?

Sabato 2 e domenica 3 giugno 2018 dalle 10 alle 18:30

La Maker Faire ha anche un sacco di altri eventi come talk e laboratori, dalle 10 alle 20 di entrambi i giorni, secondo me un giro vale comunque la pena.

Ci vediamo lì?

Router GL-inet MT300N e Huawei E156G

Come i lettori sapranno, mi piace andare a smanettare su dispositivi nuovi, la mia sete di conoscenza è illimitata (non è vero, è limitata dal portafogli e dal tempo libero), quindi, quando posso e l’oggetto non costa troppo, provo qualcosa di nuovo.

Sto provando un router fenomenale. Il GL-inet MT300N. Ma perché questo router e non un altro come, chessò, un Mikrotik? Perché questo ha alcune caratteristiche che lo rendono davvero interessante:

  • Costa 20€ (link sponsorizzato da Amazon)
  • E’ piccolo: 6x6x2,5cm e 35g di peso
  • Si alimenta con una micro USB
  • Ha un client OpenVPN integrato
  • E’ maledettamente versatile.
  • L’utilizzo di base è semplicissimo, ma poi c’è l’accesso per la modalità avanzata, non supportata, dove si possono anche fare le magie (se si sa di cosa si sta parlando)

Se non bazzicate nelle reti o nella tecnologia in genere, queste definizioni vi possono tornare utili per capire bene di cosa si sta parlando

Captive Portal: è quel sistema che una volta connessi ad una rete WiFi, prima di poter navigare vi si chiede utente e password. Solitamente serve per ricordarvi che, una volta autenticati, sanno chi siete e terranno un log, occhio a quel che fate. Oppure per le connessioni che dopo un po’ scadono, solitamente a pagamento

Mac Address: è l’indirizzo fisco assegnato in fase di produzione ad ogni scheda di rete messa in commercio, un po’ come la targa dell’automobile. SI può però facilmente cambiare (come vedremo)

VPN: connessione di rete ad un server remoto, il traffico tra chi si collega e il server passa attraverso Internet, ma non è intercettabile, in quanto crittografato.

Ok, partiamo dall’inizio. Questo router WiFi si alimenta con una micro USB, quindi con un carica batterie da cellulare, dalla porta USB del proprio PC o da un battery pack. E’ talmente piccolo che in tasca rischiate di perderlo.

Ha un’interfaccia Wireless 2,4GHz, due porte Ethernet 10/100Mbps, una porta USB e un piccolo interruttore. Altre versioni dello stesso produttore hanno caratteristiche maggiori e uno di questi è anche 5GHz

Funzionalità di base: collegate la porta WAN a un cavo di rete, lui genera una WiFi e ci collegate tutti i dispositivi che volete. Avete condiviso una rete LAN tra più dispositivi.

Passo successivo: se avete un server OpenVPN (o siete abbonati ad un servizio VPN come NordVPN), caricate le informazioni della connessione nel router, lo accendete ed ecco che avete una comunicazione protetta verso il vostro server OpenVPN, al riparo da occhi indiscreti. C’è un piccolo interruttore sul lato, lo si può configurare per accendere e spegnere la connessione protetta OpenVPN.

Siete in un luogo pubblico con una WiFi pubblica e non sicura? Attivate la modalità repeater, collegate il router alla WiFi pubblica in modalità WISP, i vostri dispositivi alla WiFi del router e attivate la OpenVPN. Risultato, tutti navigano e tutti sono protetti. Se non attivate OpenVPN, almeno sono tutti dietro un firewall.

Se la WiFi pubblica richieste autenticazione tramite captive-portal la cosa si può fare, ma è un po’ più complicata:

  • accendete il router e collegatevi alla sua WiFi, poi alla sua pagina web (dal PC o dal telefono), per averla comoda.
  • Accedete con lo stesso dispositivo alla WiFi con l’autenticazione
  • Autenticatevi con le vostre credenziali
  • Tornate alla WiFi del router disconnettendovi dalla WiFi pubblica
  • Andate nelle connessioni e abilitate il WiFi repeater, modailità WISP, sulla WiFi pubblica
  • Nella pagina “Internet Status” fate click su “Clone MAC” e dite al router di impostare il Mac Address copiando quello del vostro PC
  • Fatto. La rete pubblica sa che vi siete autenticati con quel mac address e darà accesso al router, tramite il quale voi potrete accedere a Internet

Non è una procedura semplice e immediata, ma così avete ottenuto che:

  1. potete usare più dispositivi con una sola autenticazione
  2. Se avete attivato la VPN e la WiFi pubblica non ha password, navigate tranquilli, in tutta sicurezza
  3. Nessuno della rete pubblica può vedere quanti e quali dispositivi sono connessi con il vostro utente.

C’è un “però”. Ho fatto un solo test in un hotel e la connessione si è rivelata parecchio instabile, ma, leggendo sui forum del produttore, questo potrebbe essere colpa della WiFi pubblica “ballerina” o con un captive portal diverso dallo standard. Si deve provare di volta in volta.

Volete di più? Collegate una chiavetta USB 3G/4G con una SIM dentro, fate le giuste configurazioni ed ecco che il router si è trasformato in una connessione che si appoggia a internet in mobilità, con, se volete, la sicurezza della OpenVPN. Se non avete una chiavetta dati USB potete collegare il telefono via USB e usare i giga della SIM, facendo tethering.

Alla porta USB potete collegare una chiavetta dati (formattata in quasi tutti i filesystem esistenti), in modo da poter poi condividere il suo contenuto sulla rete WiFi (e sulla rete cablata collegata alla porta LAN)

Potete collegare una webcam alla porta USB, ed ecco che avete il vostro sistema di sorveglianza remoto, senza impazzire con le configurazioni.

Esatto, adesso state pensando: ma quante USB ha questo router? Solo una purtroppo…

Ho configurato la connessione in 3G usando una vecchissima chiavetta Huawei E156G (anche se non indicata tra quelle compatibili sul loro sito) con una SIM di Tre e dopo un po’ di imprecazioni, ho trovato la configurazione corretta, che vi lascio qui, per eventuali necessità:

  • Region: Italy
  • Service provider: 3 (piani dati)
  • Modem device: /dev/ttyUSB0
  • Service Type: UTMS/GPRS (W-CDMA)
  • APN: tre.it
  • Dial number: *99#

Appena staccata dalla confezione e messa nella chiavetta, credevo fosse necessario inserire il PIN, invece non era attivo il blocco (l’ho scoperto mettendola dentro un vecchio cellulare), il campo del PIN quindi l’ho lasciato vuoto.

Ci si può spingere ancora più in là. Si installa il firmware per TOR ed ecco che tutto il traffico generato sarà indirizzato nella rete sicura TOR. Non l’ho provato e non so esattamente cosa cambia dalla configurazione iniziale.

Questi router, se tolti dalla loro scatola gialla hanno anche alcuni GPIO e una seriale UART, come i Raspberry o Arduino, credo che  questo punto non ci sia limite alla fantasia. (Questa funzionalità non l’ho provata ed è per veri Nerd).

Se poi accedete dal web alle configurazioni avanzate (utente “root” e la stessa password che avete scelto per la gestione dell’interfaccia web), un messaggio vi avvisa del rischio di bloccarlo e, una volta superata la paura, ecco a voi un vero router con tutte le configurazioni del caso (rotte statiche, più SSID della WiFi, firewall, VLAN, …).

Che aspettate a comprarlo e a usarlo come si deve? (link sponsorizzato da Amazon).

Qualche esempio per l’utilizzo

  • Accedere alle reti WiFi pubbliche usando un solo utente e proteggendo la connessione di tutti i dispostitivi connessi
  • Creare una rete WiFi separata dedicata a tutto quello che c’è di domotica in casa
  • Collegare molti dispositivi quando si ha a disposizione un solo cavo di rete
  • Creare una WiFi in modo semplice per periodi brevi (una fiera, un corso, …)
  • Estendere la portata della WiFI di casa

Guidare una vettura GPL

Nota importante: si parla di prezzi di carburanti e di tasse, i dati sono riferiti al terzo trimestre 2017, se leggete dopo, prendete questi dati con le pinze.

Troppi Km ogni anno, troppi pieni di benzina, troppi soldi spesi.

Quindi ho cambiato auto (per raggiunti limiti di età e km) e ne ho presa una con impianto GPL. Queste le mie impressioni, che potrebbero chiarirvi un po’ le idee nel caso in cui stiate pensando di cambiare auto o trasformare quella che avete.

A livello fiscale le cose cambiano: le auto native GPL già dalla fabbrica hanno 5 anni di esenzione bollo e poi un bollo pari al 25% del valore nominale delle altre auto (info al 2017, quando è uscito questo post), se invece installate l’impianto dopo, l’esenzione di 5 anni resta valida, ma allo scadere il bollo si paga per intero. Non mi spiego il perché, ma è così. In molti casi gli impianti montati dalla casa e quelli montati dopo sono esattamente gli stessi (stessi pulsanti aggiunti posticci compresi)

Parliamo di prestazioni. Il 1.4 16V della FIAT Tipo va con il GPL esattamente come va con il benzina, almeno, personalmente, non ho notato differenze apprezzabili in ogni condizione (città, statali, autostrada, montagna, traffico). Il GPL, quando in uso, non puzza allo scarico.

E i consumi? Qui c’è la vera sensazione di gioia per il portafogli. Le indicazioni generali dicono che l’auto a GPL consumi un po’ più di quando va a benzina, ma con il basso costo del GPL (0,6€ contro 1,6€ della benzina) il costo al Km in ogni caso si riduce. Anzi si abbatte.
Con la 500 percorrevo circa 480Km con 49€ di benzina per un costo al Km di 0,10€. Con la Tipo ho percorso 390Km con 22€ di GPL, qui il costo al Km scende a 0,056€. Quasi la metà con un motore più grande e più potente su una macchina più pesante (60CV la 500, 95CV la Tipo).

Fin qui tutto bene, poi arrivano le note meno felici: la gestione del rifornimento (il pieno fa 22€, questa è una nota davvero davvero entusiasmante).

I distributori GPL sono molti meno di quelli benzina e gasolio, nella mia zona ad esempio il primo distributore è a 5Km da casa, mentre nel raggio di 800m ne ho almeno 5 di benzina. In più, per rifornire di GPL è necessario essere serviti, non esiste il self service. Detto questo, cambiano un po’ le abitudini e se si deve fare un viaggio lungo, è necessario sapere prima dove si può rifornire di GPL (male che vada si farà qualche decina di km a benzina). Quindi come si fa?

Si installa la pessima app Prezzi Benzina, si abilita il filtro solo per il GPL e si va a caccia dei distributori.

Non è affatto comoda, perché se si usa il navigatore del telefono (io uso Waze) si deve cambiare App, cercare i distributori nelle vicinanze e cercare di arrivarci. L’app almeno ha i link diretti in Waze, Google Maps e Apple Maps (c’è un “raggiungi distributore”). Dio solo sa quante volte mi è crashata mentre cercavo o impostavo il percorso. Su Android il passaggio delle indicazioni a Waze non ha mai funzionato (ma forse è solo perché ho il cellulare un p’o’ scadente)

Come manutenzione c’è un impianto in più da gestire, quindi presumo prezzi più alti ai tagliandi, ma per questo potrò essere più preciso a 20 o 40 mila km.

Per ora sono soddisfatto, penso soprattutto a “perché non l’ho fatto prima?”

Ehi, organizzo un workshop!

Una sera, nel letto (fa caldo e addormentarsi è un po’ più difficile anche per me), mi è venuto un flash: “E se organizzassi un workshop per realizzare un progetto con una scheda programmabile e un sensore?”

Gestazione rapida, anzi, rapidissima.

Due indagini su Facebook e su Twitter e ho scoperto che, con mia gioia, c’è stata risposta addirittura con entusiasmo!

A questo punto mi sono organizzato con i materiali e per il posto (è ancora in lavorazione, ma sarà un posto molto Figo!) e Make&Take – Workshop di artigianato digitale è nato.

Quindi:

  • Sabato 28 ottobre 2017 dalle 9 alle 13 a Torino in Corso Vittorio Emanuele II (molto vicino al grattacielo Intesa Sanpaolo), comodo in auto, in bus e in treno. Se venite in elicottero posso informarmi su dove farvi atterrare.
  • Arrivate con il computer portatile, un cavo USB e tanta voglia di imparare
  • Tornate a casa con una scheda programmabile, un sensore di temperatura e un display OLED, assemblati, programmati e perfettamente funzionanti (anche con il vostro portatile e il vostro cavo USB, ovviamente)
  • 170€, comprese le schede e i sensori (e vi lascio anche le indicazioni per comprarle a prezzi moderati, oltre a un codice sconto da un rivenditore italiano)

Per tutte le informazioni e le iscrizioni fate riferimento alla pagina dedicata. Sono solo 10 posti, fossi in voi mi iscriverei di corsa.

Vi aspetto!

La virtualizzazione

Riprendo questo post di qualche tempo fa per parlare di virtualizzazione. Cercherò di farlo per “non addetti ai lavori” in modo da essere il più semplice possibile. Altre informazioni potete trovarle, in forma audio, nella puntata n° 42 di Pillole di Bit, uno dei miei due podcast. Ho usato lo stesso esempio che trovate qui sotto.

Immaginate di voler fare le vostre vacanze in camper, visto che non ne avete uno, andate in un concessionario e ne comprate uno nuovo fiammante, ci mettete dentro tutti gli accessori  e il materiale che potrebbe servire durante le vacanze, prendete l’abitudine su dove è messa ogni cosa e vi fate 3 anni (fine settimana e ed estate) di vacanze in giro per il mondo. Ma, pur facendo regolare manutenzione, al quinto anno la garanzia scade e con essa il soccorso stradale in tempi rapidi; il costruttore inoltre vi dice che non può più garantirvi i pezzi di ricambio. E’ giunta l’ora di cambiarlo. Vi recate dal concessionario, ne scegliete uno nuovo, eventualmente dando in permuta quello vecchio, e una volta giunti a casa vi tocca ricominciare il lavoro relativo al materiale da mettere dentro e vi dovete abituare di nuovo alla disposizione di tutte le vostre cose.

Ora immaginate se si potesse acquistare un camper completamente vuoto (telaio e cabina guida) e a parte vi potete creare la “cellula abitativa” che rispetti le vostre esigenze. Al termine la cellula abitativa verrà solo infilata nel camper vuoto. Alla fine della garanzia quale sarà il lavoro da fare? Semplicemente andare in un concessionario, cercare un nuovo camper vuoto per infilare la vostra cellula abitativa. Siete passati dal doverla riconfigurare tutta (un fine settimana) ad un “togli di qua e metti di là” (un’ora di lavoro).
Durante la vita del camper potreste avere bisogno di piccole variazioni contemporanee. Se dovete fare un viaggio in territori impervi potreste prendere in prestito un camper tipo “overland” e metterci dentro la vostra cellula. Oppure durante un tagliando o una riparazione potreste spostarvi, con pochissimo sforzo, nel camper sostitutivo senza perdere neanche un fine settimana di vacanza.

La virtualizzazione, molto semplificata, è proprio questo. Il camper è il PC o il server fisico, la cellula abitativa è la macchina virtuale. Installando un prodotto di virtualizzazione su un PC o su un Server, la macchina virtuale può essere accesa da qualunque parte, in quanto è contenuta all’interno di una semplice cartella. La si può tenere su un disco esterno (meglio evitare le chiavette USB, visto che le memorie flash sono soggette ad usura e sono molto leente in scrittura), la si può spostare da PC a PC senza dover toccare nulla a livello di configurazioni. La si può duplicare con un semplice (anche se lungo) copia-incolla. Si può farne copia e nel caso in cui si rovini il sistema, ripristinare la copia in pochissimi minuti.

Si deve tenere presente inoltre che la macchina virtuale usa le risorse (CPU, RAM) del PC su cui è accesa, togliendole al PC stesso. E ricordate che una macchina virtuale, se installata con sistema operativo o applicativi software soggetti a licenza, deve avere le sue licenze: una macchina virtuale con Windows XP deve avere una sua licenza Windows XP e non può usare quella che c’è sul PC fisico (tranne in alcuni casi con le licenze server o alcune edizioni delle licenze per PC, soprattutto a livello aziendale).

Spero di aver reso l’idea della virtualizzazione. Qualche esempio?

  • Voglio provare un nuovo sistema operativo, ma non ho un PC su cui installarlo per testarlo
  • All’università devo lavorare con Oracle e non mi va di appesantire il mio PC
  • Devo fare dei test che potrebbero mettere a rischio il sistema operativo
  • Mi serve una piccola rete per provare un Dominio o un programma che funziona in rete

Le macchine virtuali sono completamente isolate dal PC reale che le ospita, potrebbero essere messe in rete con lo stesso oppure si può fare una nuova rete, magari con più macchine, completamente separata dall’ospite.
Qualche prodotto di virtualizzazione:

Quando non posso cambiare il router VDSL

Questo articolo è parecchio tecnico, fate le cose solo se sapete di cosa si sta parlando, altrimenti chiamate qualcuno che lo sappia fare e fatelo fare a lui (pagandolo)

La fibra, graziaddio (o grazie agli investimenti e ai tecnici che ci lavorano, per essere più precisi), sta arrivando un po’ ovunque. Che sia FTTC (fibra fino all’armadio in strada e poi il rame fino a casa) o FTTH (portano la fibra ottica fino a casa) è diventato praticamente impossibile mettere un proprio router, per gestire in modo un po’ più smart la rete di casa.

Se siete utenti che usate la WiFi, attaccate il portatile, il telefono e la TV e non vi interessa altro, questo articolo non è per voi 🙂

Se invece volete avere un po’ di controllo sulla vostra rete, per un motivo qualunque, questi router forniti dai gestori sono assolutamente inadeguati, a volte completamente bloccati.

Ma perché? Motivi commerciali. Ma anche tecnici. La linea FTTC o FTTH porta anche il telefono, ma lo porta in tecnologia VoIP (in pratica anche le telefonate passano su Internet), infatti i nuovi router adesso hanno, oltre alle 4 classiche porte di rete alle quali collegate i vostri dispositivi, anche almeno 2 porte alle quali potete collegare i vostri telefoni di casa analogici, quelli con il connettore plug piccolo, per intenderci.

Le porte verdi sono per i normali telefoni

Un router commerciale che faccia tutto questo (dati e voce) costa caro e soprattutto i gestori non vi forniranno MAI i parametri per la configurazione. Insomma, non potete togliere il router del gestore (se parliamo di linee business, le cose potrebbero essere sensibilmente diverse).

Bella rogna, perché in molti casi questi router fanno solo il minimo di quello che servirebbe in una rete un po’ evoluta.

Definiamo “evoluta”:

  • Voglio cambiare l’indirizzamento interno della rete (perché il classico 192.168.1.1 non mi piace o qualsiasi altro motivo più tecnico), ad esempio Fastweb non permette questa modifica.
  • Voglio poter assegnare degli indirizzi statici ad alcuni dispositivi e quindi devo modificare il range di indirizzi che assegna il router ai dispositivi che si connettono (se il router assegna da 192.168.1.2 a 192.168.1.254 e voi mettete 192.168.1.100 alla stampante, appena il router deciderà di assegnare 192.168.1.100 ad un altro dispositivo la stampante non funzionerà più)
  • Voglio modificare nome e password della WiFi (ebbene sì, parlando con un utente del gruppo Telegram del podcast GeekCookies ho scoperto che alcuni gestori vogliono che la WiFi abbia il nome del gestore e non la si può cambiare)
  • Voglio avere una rete WiFi per gli ospiti che non acceda alla rete di casa
  • Voglio creare una connessione VPN alla rete di casa per potermici collegare quando sono fuori
  • Voglio modificare il server DNS (quello che converte i nomi dei siti in indirizzi IP) togliendo quello del gestore. Perché a volte capita che il servizio del DNS del gestore cada e, pur avendo Internet funzionante, non si naviga

Nel mio caso, il router di TIM ha seri problemi con la WiFi e inoltre non mi permette di cambiare il DNS, creando una rete con nome “telecomhome.it” o una roba simile. Aberrante.

Quindi come si fa?

  • Si deve comprare un Router (e non un modem-router) che abbia la porta WAN e non la porta ADSL. Ad esempio questo Asus o questo FritzBox (sono link sponsorizzati), informatevi bene delle caratteristiche dei dispositivi prima di comprarli.
  • Si collega la porta WAN del vostro router a una delle porte LAN di quello del gestore
  • Si configura tutta la rete sul nuovo router a proprio piacimento facendo bene attenzione a una cosa: gli indirizzi di rete forniti dal gestore devono essere diversi da quelli che imposterete sul vostro router. Se il gestore vi fornisce 192.168.1.x mettete un altro indirizzamento privato come 192.168.2.x o 10.11.12.x o altri
  • Si disattiva la WiFi sul router del gestore

Fatto questo il tutto dovrebbe funzionare al primo colpo, praticamente i pacchetti in uscita dal vostro PC passeranno prima dal vostro router, poi da quello del gestore e infine raggiungeranno Internet. Non noterete rallentamenti o calo generale delle performance della vostra connettività.

Se invece siete ancora più evoluti:

  • Mettete alla porta WAN del router vostro un IP statico, ad esempio se il router del gestore è 192.168.1.1 mettete 192.168.1.2 con gateway 192.168.1.1 e assicuratevi che il router del gestore non assegni quell’indirizzo con il DHCP
  • Nel router del gestore andate a cercare la sezione “port forwarding” o “virtual server” o “port mapping”, create una nuova configurazione che inoltri tutte le porte (1-65535) sui protocolli TCP e UDP all’indirizzo assegnato al vostro router (in questo modo, di fatto, state esponendo il router che avete comprato direttamente su Internet, attenzione!)
  • Sul vostro router create i “virtual server” che vi servono (server VPN, server di gioco, FTP, videocamere, …)

C’è un modo un po’ più pulito per fare tutto questo, ma prevede che sappiate configurare il router del gestore rendendolo PPPoE in modo che assegni direttamente l’IP pubblico al vostro router, ma è un po’ più complesso di quello che vi ho appena descritto.

Aggiornamento: mi è stato segnalato da @iMrApple_ che il problema pare essere risolto da qualcuno che ha preparato un set di impostazioni che funzionano su router FritzBox 7490 (link Amazon sponsorizzato) con connettività TIM, qui le informazioni (delle quali, ovviamente non sono responsabile)

Precisazione: esiste una Legge europea che impone (ok, imporrebbe) la libertà di scelta del modem/router per la propria connettività, cosa che in Italia non è applicata. C’è un movimento attivo e ci sono interpellanze parlamentari per trasformare questa cosa in Legge effettiva in Italia. Si può cercare l’hastag #modemlibero, e qui trovate due articoli che trattano la questione (sono articoli di un provider Internet, con il quale non ho affiliazioni o rapporti commerciali)

Ultima nota: non fornisco supporto tecnico nei commenti, non chiedete, così non sarò costretto a dirvi di no 🙂

Il testamento digitale

Il pensiero di questo post mi è venuto quando mi hanno chiesto una consulenza “per accedere al PC di un amico che è morto e  ha lasciato molta roba dentro”.

Sì, è un post con un fondo di tristezza, ma tutti sappiamo che prima o poi ce ne andremo da questa Terra e in qualche modo lasceremo una traccia o, più precisamente, una marea di roba che chi rimane dovrà gestire.

Oltre ad abiti, contratti, armadi, bollette, proprietà, da un po’ di tempo, e sempre in maggior quantità, si lasciano informazioni digitali sparse qua e là, a volte a disposizione di tutti, altre protette da password. Se avete fatto i bravi, nessuno conosce le vostre password e nessuno potrà accedere ai dati.

E quindi come si può fare?

E’ davvero una roba complicata, soprattutto se si deve iniziare a chiedere l’accesso della mail di un defunto a Google o a Facebook. Già da tempo, prima della richiesta di cui sopra, l’ho gestita in questo modo.

  • Ho preso una chiavetta USB e l’ho legata alle chiavi dell’auto (così le possibilità di smarrimento sono molto molto basse), l’ho formattata in FAT, così è leggibile da qualunque computer con tutti i sistemi operativi.
  • Ho scaricato il programma VeraCrypt e ho messo l’installer per Windows, Linux e Mac nella chiavetta.
  • Ho creato un file crittografato (con VeraCrypt) da poche centinaia di MB (300) con una password lunga che non uso MAI in nessun altro sistema e me la sono segnata.
  • Dentro al file crittografato ho messo gli installer del programma KeePass (ci sono versioni per ogni sistema operativo) e ho fatto copia del mio file KeePass dove memorizzo tutte le mie password.
  • Sempre nel file crittografato ho lasciato un file con alcune indicazioni per chi avrà accesso a questi dati protetti.
  • Nella parte non crittografata ho messo un file di testo chiamato “se hai trovato questa chiavetta leggimi” indicando i miei contatti e i contatti della persona da me incaricata (lo so che eventuali soccorsi hanno altre priorità prima di leggere il contenuto di una chiavetta USB)
  • Ho stampato su carta la password del file crittografato con due rapide istruzioni su come si accede al file e dove lo si trova. Ho dato una busta chiusa con queste informazioni alla persona che dovrà gestire le cose. Di questa persona ho piena e cieca fiducia, ma non credo sia necessario ribadirlo.

Questa mia azione da quasi malato psichiatrico permetterà alla persona incaricata (sempre che ne abbia voglia), dopo la mia dipartita, di accedere a tutti i miei dispositivi e a tutti i miei account in modo da poterli chiudere, svuotare, cancellare o prendere ciò che interessa.

Nel caso in cui si voglia cambiare la persona incaricata è sufficiente modificare la master password del file sulla chiavetta, cambiare i riferimenti nel file esterno e consegnare la nuova busta chiusa.

Sì, ho un file crittografato dove tengo tutte le mie password
Sì, ho tutte password diverse per i vari servizi
Sì, le mie password non le conosce nessuno, neanche mia moglie (è la persona di cui mi fido di più)
Sì, ho blocchi con password su tutti i miei PC e telefoni
Sì, ogni mese aggiorno il contenuto della chiavetta con le nuove password.

Adesso la domanda da porsi è: “cosa lascerò nel mondo digitale quando morirò?” e quella dopo “che fine voglio che facciano tutti i miei dati?”

E se ho dei dati che nessuno deve vedere? Semplice, un altro disco crittografato con VeraCrypt, una password diversa che non avete scritto da nessuna parte e il vostro file resterà una cassaforte digitale per sempre (a meno che non si scopra una vulnerabilità del software di crittografia che permetta l’accesso senza conoscere la password.

Ricordate inoltre che, a meno che non abbiate attivato la crittografia sul disco del vostro PC (tutti i sistemi operativi permettono di farlo ormai), in assenza della password di accesso al PC basta smontare il disco, attaccarlo a un altro PC per avere accesso a tutto il suo contenuto. Paura, eh?

LEGO Dimensions

E’ un evento raro (o forse unico) che io scriva un post sui videogiochi, ma questo LEGO Dimensions è talmente particolare e interessante che credo valga assolutamente la pena spenderci qualche parola.

Il gioco è disponibile per quasi tutte le piattaforme (Xbox 360, Xbox One, PS3, PS4, Nintendo Wii U) e una volta presa la scatola principale, tutte le espansioni sono valide per ogni piattaforma. Avete letto “espansioni” e pensando a Magic, vi è venuto un brivido lungo la schiena? Esatto, fate bene ad avere paura!

La vera particolarità del gioco è il gamer-pad, un’espansione USB che si attacca alla console e che ha 7 posti con lettori RFID che possono identificare i pupi o gli altri oggetti che si mettono sopra (il “coso” grigio che si vede in foto). Ma partiamo dall’inizio.

Il gioco deve essere installato e poi subito aggiornato (svariati GB, se fate un regalo ai figli, avviate il download la sera prima, soprattutto perché il doppiaggio in Italiano arriva solo con il primo download), si collega il dispositivo USB (il cavo è abbastanza lungo da giocare sul divano in comodità) e si mettono negli spazi bianchi (ma poi cambieranno colore) i personaggi della storia di base: Gandalf, Batman e Lucy.

Ogni volta che si toglie o si mette un personaggio sulla base, questo scompare o compare all’interno del gioco in tempo reale. Eventuali veicoli aggiuntivi dovranno essere montati durante il gioco, quindi attenzione che montare un oggetto LEGO pieno di piccoli pezzetti sul divano può essere problematico. Le istruzioni nella scatola non ci sono, ma Youtube è pieno di video con le istruzioni, così potete montarlo con tranquillità sulla scrivania.

La dinamica del gioco è semplicissima, adatta per i bambini, mai volgare o violento, sempre divertente, il doppiaggio in Italiano è davvero ben fatto. Si devono risolvere piccoli enigmi di logica per arrivare ad un risultato che fa trovare un premio o procedere nella storia.

Vi accorgerete come l’attività principale sia andare in giro a scassare tutto ciò che è fatto in LEGO nei livelli per accumulare punti con i pezzettini tondi 1×1 che cadranno da ogni dove. I livelli della confezione base sono molti per svariate ore di gioco.

Poi ci sono le espansioni.

Qui iniziano i guai o, se preferite, la povertà.

Ci sono 4 tipi di espansione diversi con relative fasce di prezzo.

La prima, da circa 15€ permette di avere due personaggi, senza livelli aggiuntivi o qualche giochino piccolo in più.

La seconda, per circa 20€, offre una confezione con 4 pupini o misto pupi/veicoli, anche qui non c’è molto come livelli extra.

La terza, solitamente con 2 o 3 pupi offre nuovi livelli a tema e ore aggiuntive di divertimento. Costa 30€

La quarta, la più cara, ha un nuovo portale e una nuova avventura molto lunga, costa più di 40€.

Insomma, avete capito che in confronto, i signori di Magic sono dei pivelli. Se il gioco piace si spende e non si spende poco. Fate attenzione su Amazon, a volte trovate i kit molto scontati, ho preso un pack con il livello aggiuntivo da 30€ a 10€.

Tutte le espansioni sono a tema, e i temi sono uno più bello dell’altro.

C’è il Dr. Who, che arriva con il Dottore (Capaldi) e il Tardis, con un’avventura dove si viaggia nel tempo e la cui sigla è quella della serie in TV, ma fatta tutta con i LEGO.

Altra avventura aggiuntiva è Ritorno al Futuro con Marty Mc Fly, la DeLorean e l’hoverboard. Questa è un po’ più corta del Dottore.

Poi si continua con i Goonies, i Simpson, … Il problema serio è che ogni tanto escono nuovi livelli e nuovi pacchetti aggiuntivi.

Ma perché dovrei prenderli tutti? per due buoni motivi:

  1. i personaggi e i veicoli, una volta montati sono bellissimi! (nel senso che varrebbe la pena di prenderli anche solo per poter mettere i personaggi dei film nei quadretti da appendere al muro)
  2. i personaggi e i veicoli hanno caratteristiche speciali che vi permetteranno di trovare oggetti nascosti, altri livelli o di fare più punti nello svolgimento dell’avventura.

Insomma, questo gioco crea dipendenza da acquisti di espansioni. Durante lo svolgimento del gioco spesso vi tornerà utile avere un personaggio che non c’entra un tubo con l’avventura (ad esempio Marty Mc Fly durante l’avventura dei Goonies), quindi quando si gioca è bene avere un posto dove tenete tutti i personaggi, pronti per essere usati.

Spesso, durante l’avventura, alcuni enigmi si devono risolvere spostando i personaggi sulle zone colorate del pad, per eseguire delle sequenze o per mixare dei colori, insomma, il gioco prende una dimensione anche nel mondo reale, questo lo rende profondamente diverso da tutti gli altri giochi per console.

Se avete intenzione di regalarlo a vostro figlio, c’è da fare attenzione ad una cosa che potrebbe generare problemi. Il gioco non si può salvare ovunque, ma solo ai checkpoint, quindi se vostro figlio sta giocando ed è ora di andare a dormire e se ne lamenta, è perché non può salvare in quel momento.

Attenzione allo spazio disco sulla console, ogni espansione chiede un download che varia da 5-700MB fino a 6 GB (l’espansione di Animali Fantastici, ad esempio). Per parlare di spazio, sarà necessario anche uno spazio adeguato per tenere tutti i personaggi e i portali montati. Durante il gioco ho comunque imparato a non mettere il portale sulla base, così da avere meno volume occupato sul tavolino (ne perde un po’ il coinvolgimento, ma non è grave).

Iniziate a chiederlo come regalo di Natale 🙂

PS: questo post NON è sponsorizzato da negozi che vedono LEGO, dalla LEGO, né da WB Games (purtroppo, aggiungerei…)

Supporto per il set fotografico: Valentina

Freelabster e la stampa 3D condivisa

Il mondo evolve, corre e difficilmente gli stiamo dietro, soprattutto se si tratta di tecnologia. Se andiamo a guardare nei settori molto di nicchia la cosa si fa ancora più difficile, come nella stampa 3D.

Sempre più spesso, almeno per noi nerd e makers, nasce la necessità di dover fare dei contenitori per i nostri progetti, perché finché si testa in laboratorio avere i fili non è un problema. Quando la cosa va in produzione in casa, nasce il problema del W.A.F. e tutti i fili devono sparire, deve essere presentabile da mettere in casa e non deve essere troppo visibile (o se si vede, deve essere bello). Insomma, è necessaria assolutamente una stampante 3D.

I prezzi delle stampanti 3D sono in costante calo e ormai quasi tutti potrebbero permettersene una, ci sono però due problemi fondamentali: lo spazio ed essere capaci ad usarle.

Quindi in questo mondo dove è tutto “sharing”, i signori di Freelabster hanno trovato l’Uovo di Colombo: mettiamo in contatto i possessori di stampanti 3D, che hanno tutte le competenze, ma non sanno più cosa stampare, con i maker (o chiunque altro abbia bisogno di un oggetto stampato in 3D) che hanno un progetto e lo vogliono mettere nella giusta scatola.

Come funziona? Di per sé l’attività è semplice: vi iscrivete sul sito, caricate un nuovo progetto con le specifiche, alcuni laboratori vi risponderanno ponendo domande, se necessarie per avere più dettagli, e vi arriveranno le offerte. Quando avete deciso quella che fa più per voi, al via la stampa e la consegna.

Ma la stampa 3D non è facile come stampare un PDF, quindi è necessario fare un po’ di attenzione a due cose:

  • Si deve avere ben chiaro quale potrebbe/dovrebbe essere il risultato finale, fatevi uno schizzo su carta, anche se non sapete usare il CAD. Se il laboratorio deve anche inventarsi la scatola, il progetto costerà molto di più (fino a 10 volte). Ovviamente se sapete usare il CAD 3D e vi disegnate la cosa da stampare, sarà tutto molto più semplice (ed economico)
  • E’ necessario avere le misure precise del dispositivo da inscatolare (o da realizzare), per questo è necessario procurarsi un calibro, misure sbagliate anche solo di mezzo millimetro inficeranno la qualità e la funzionalità del prodotto finale.

Ho sperimentato il servizi con Alvaro, uno dei responsabili dell’area Italia e mi sono fatto realizzare una scatola per mettere il sensore di temperatura in casa senza che si vedessero fili e altre cose brutte. Con il suo supporto sono stato messo in contatto con un laboratorio che, una volta presa la commessa, mi ha fatto mille domande (come non capirlo) per poi spedirmi una scatola semplice ed elegante (è bianca, ho tutti i mobili bianchi in casa, è perfetto).

Per progettare la scatola, stamparla e riceverla a casa, la cifra pattuita è stata di € 33,00, il lavoro è stato fatto dal laboratorio Zenith3D e qui potete scaricare i disegni 3D per farvene fare una uguale, se seguite il mio progetto “La domotica fai da me” sono le scatole giuste per il sensore di temperatura WeMos D1 mini, DHT22 e con la scatola che contiene le 3 pile stilo.

E’ un ottimo servizio per avere i vostri progetti stampati in 3D (ci sono laboratori che non usano solo la plastica e che fanno lavori di superficie con finiture di ogni tipo) senza dover comparare una stampante, avere il posto dove tenerla e imparare ad usarla.

Questo articolo è il risultato di una prova di progettazione e stampa fatta in collaborazione con Freelabster, che mi ha offerto il servizio completo a titolo gratuito. Il link al loro sito è sponsorizzato (ci tengo ad essere trasparente, sempre), quindi se usate il servizio a partire da questo articolo una parte dell’importo mi verrà accreditata e la spenderò per fare altri progetti.

La festa di Aid El Fitr al Parco Dora

La puntavo da un po’, ma questa festa è sempre comunicata la sera per la mattina e raramente capita nel fine settimana, invece quest’anno la fortuna ha voluto che la facessero la domenica mattina.

Parco Dora pieno, pienissimo! (più di Piazza Vittorio per la festa di San Giovanni…)

Colori, bambini, abbigliamento tipico mischiato a quello moderno (c’era gente in tuta), tutti con il loro tappetino e senza scarpe, le donne dietro agli uomini.

Se vi capita di passarci una delle prossime volte, ne vale la pena ed è emozionante.

Fine del Ramadan a Parco Dora

Fine del Ramadan a Parco Dora

Fine del Ramadan a Parco Dora